22/10/12

Wikiracconti XXI: Ulstein._

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RISULTATI: Inland Empire (California), Chiesa di San Giovanni Battista (Pieve di Teco), Chiesa di Sant'Umberto (Venaria Reale), Larderello, 1. divisjon.

 ULSTEIN

1.
L'aver fatto perdere 7 milioni al mio procuratore avrebbe dovuto insospettirmi quando mi ha detto di avermi trovato finalmente una squadra disposta a schierarmi dopo quanto successo. Una squadra che pagava benino (non che fosse importante, i milioni ce li ho) di una lega minore in un paesino "ridente sul mare" molto lontano da qui, con possibilità di stare su un'isola. D'altro canto, io stesso avrei dovuto indagare un pelino di più, prima di firmare il contratto. Però la paura di essere linciato a mettere il naso fuori di casa ha abbassato sensibilmente la mia soglia d'attenzione. Il piano, poi, era perfetto: un paio d'anni all'estero in un campionato infimo, il tempo perché tutti dimenticassero o perdonassero, e poi via, l'ultimo lustro di carriera a giocare come cavallo di ritorno in patria, in un'inedita versione umile e lavoratrice.
Maledetto procuratore: "Fai le valigie, l'aereo parte stasera. Ti ho già preso il biglietto. Poi ti farai spedire quello che ti manca. Ti aspetto lì per firmare il contratto".

2.
Il "ridente paesino sul mare" è in Norvegia. Il suo nome è Ulstein. La squadra si chiama Idrettslaget Hødd, militante nella 1. divisjon. Capacità dello stadio: 3.120 posti. Fanculo.

Volevo informarmi meglio sulla destinazione, ma a Malpensa mi hanno riconosciuto e l'ho scampata per un pelo. Il procuratore mi ha fatto firmare al volo il contratto e con l'aiuto degli assistenti di volo mi ha trascinato sull'aereo. Ho cominciato a insospettirmi al secondo cambio di aereo. All'aeroporto norvegese c'erano due tizi ad attendermi. Penso aspettassero me perché avevano un cartello col mio nome. Non parlavano italiano. Io non parlo che italiano. Mi hanno infilato in un bus a gesti, detto qualcosa all'autista, e lasciato lì. Quattro ore dopo l'autista mi ha fatto segno di scendere e mi ha mollato a una fermata nel nulla più assoluto, in piena notte. Un freddo cane, e io con solo un giacchino autunnale. Nessuno in vista.
Un'ora dopo è arrivata una macchina. Il tizio che ne è sceso mi ha guardato strano (saranno gli otto maglioncini che ho tolto dalla valigia e indossato per restare vivo), ha pronunciato malissimo il mio cognome e mi fa ha fatto cenno di salire. Non parla italiano.
Mi ha mollato a casa sua, credo. Mi ha fatto segno di dormire. Non faccio domande.

3.
È lo stesso tizio a svegliarmi. Dietro di lui, facce sorridenti. Tutti mi stringono la mano. Non capisco una parola. Mi offrono del cibo ma sembra pesce dall'odore e rifiuto. Mi portano fuori. C'è il sole. Mi caricano in auto e mi portano a uno stadio che definirlo tale è reato. Mi mollano in spogliatoio. Con gente che mi accoglie sorridente. Capisco che vogliono degli autografi. Mi danno delle gran pacche sulle spalle. Io sorrido e annuisco. Poi cominciano a cambiarsi e capisco che sono i miei nuovi compagni di squadra. Alcuni sono sovrappeso. A uno cade un pacchetto di sigarette. Uno ha chiaramente appena smontato da un lavoro in cantiere. Un'altro puzza di pesce in maniera atroce.
Faccio l'allenamento. È un piacere, dare calci al pallone, mi aiuta a non pensare a dove sono finito. Il livello è davvero scarso. Nessuno a vederci, tranne un tizio che mi si avvicina a fine partita. Capisco che è un giornalista perché sfodera un taccuino. Comincia a farmi domande in inglese. Non capisco una parola. Dico "Io no spico inglès". Faccio spallucce. Quello mi fissa e se ne va.
Doccia. Cambio vestiti. I compagni si disperdono. Resto solo in spogliatoio. Ci sto un'ora, poi arriva quello che credo sia il custode. Mi guarda un po' strano e se ne va. Altri venti minuti e arrivano altre persone. Sembrano mortificate. Cerco di far capire loro che non mi importa e a gesti comunico che ho fame e sonno. Paiono capire e mi fanno segno di seguirli.

4.
Pensavo di essermi spiegato male, quando mi hanno trascinato su un peschereccio. Pensavo di dovermi procacciare un pasto caldo. Sarà un'usanza del posto. Invece no. Mi piantano su un'isola. Un'auto mi lascia davanti a una casa. Il guidatore mi lascia le chiavi, mi indica la casa, mi dà altre chiavi, mi lascia un biglietto con su scritto 12:00. Indica l'orologio. Faccio cenno che ho capito. Se ne va a piedi.

5.
La casa è molto bella. Piccola, calda, accogliente. In legno. Ci sono solo sardine e tonno in scatola. Mangio quelle davanti alla tele. A una trasmissione sportiva credo che abbiano fatto il mio nome, ma non ci giurerei. Metto la sveglia e vado a dormire.

6.
Va avanti così per un po'. Mi passano a prend

Ok, questo racconto fa schifo, sorry. Devo essere particolarmente fuori allenamento.
Quindi lo chiudo qui perché a) è mezzanotte e ho sonno; b) sono passati i 30'; c) ho calcolato male il tempo e per andare a chiudere 'sta roba mi ci vorrebbe un'altra oretta; d) non ho idea di come chiuderlo e di solito a questo punto ce l'ho; e) non sto dicendo nulla. Voleva far ridere, questo racconto. Ma non mi pare funzioni. So troppo poco della Norvegia per uscire dagli stereotipi; f) non so nemmeno bene cosa voglio far passare con questa storia, che significato abbia. Doveva essere sul calcio scommesse e sulle conseguenze che il nostro giocatore avrebbe dovuto pagare per aver falsato delle partite. Il nostro giocatore era uno di quelli forti, da giro della nazionale: lo avrebbe spiegato lui stesso ai suoi nuovi compagni, in italiano, e loro non l'avrebbero capito come lui non capisce loro. Gli avrebbe detto che aveva venduto un derby valido per lo scudetto per intascarsi 20 milioni. Poi boh. Forse avrebbe ritrovato se stesso. Forse si sarebbe sparato. Forse avrebbe mollato e cercato un'altra sistemazione.
'nsomma, ho improvvisato peggio del solito a questo giro. Ma secondo me è che il calcio è talmente noioso da rendere noiosi anche i racconti che lo riguardano.

TEMPO: 35'._

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